Dakar 2023: dalle Panda ai camion, una gara diversa da tutte le altre - Quattroruote.it

2023-02-05 17:06:49 By : Mr. Harry Sun

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Puoi essere un principe, un bronzo olimpico, un campione di rally, di Le Mans o di Formula 1, ma alla Dakar sei come tutti gli altri. E non solo perché il deserto non fa sconti a nessuno. O perché hai deciso di metterti alla prova nella gara più dura del pianeta. Alla Dakar siamo tutti uguali perché nessuno cammina a mezzo metro da terra come in altri contesti del motorsport. Saluti Jacky Ickx, ti giri e incontri Carlos Sainz, poi parli con Nasser Al-Attiyah che ti invita a cenare insieme a un principe saudita come si fa in Arabia: seduti per terra, su un pregiato tappeto adagiato sul fango del bivacco di Ha’il a due metri dalla Toyota GR Hilux DKR in testa alla classifica generale con più di un’ora di vantaggio su tutte le altre auto. Questa è la Dakar.

Eroi veri. Prima di arrivare in Arabia non m’aspettavo un clima del genere. E non parlo solo della pioggia o dei 4 gradi, ma dell’aria che si respira. Prendete gli eroi in gara: arrivano stremati al bivacco e scoprono che il giorno dopo il programma è cambiato e la prima partenza non è più alle 7, ma alle 4 del mattino. Perché forti piogge hanno reso inagibile il terreno dove avrebbero dovuto dormire, costringendo l’organizzazione a rivedere il programma e allungare la tappa fino alla destinazione del giorno successivo: Riyadh. Risultato? Ore di sonno che si contano sulle dita di una mano (quando va bene) e 919 chilometri da percorrere in un giorno, 357 dei quali di prova speciale sulle dune del deserto saudita. Ma questo non fa scoraggiare chi vive una Dakar, che sia un pilota, un navigatore, un meccanico o un semplice appassionato che segue la corsa. Perché tutti hanno un solo obiettivo: arrivare al traguardo (primi o ultimi, a molti non importa), in ogni modo possibile.

C’è sempre chi dà una mano. La Dakar non è solo competizione: è condivisione, sportività, amicizia. Chi corre per vincerla è concentrato solo su sé stesso, come è giusto che sia in qualunque competizione, ma chi è qui per provare a finire questa incredibile maratona nel deserto pensa anche agli altri. Se finisci la benzina puoi chiedere aiuto e farti dare qualche litro di verde da un altro concorrente, come successo nello stage 2 di Ha’il. Oppure se ti insabbi o rimani bloccato in un torrente non è difficile trovare qualche camion in gara che ti tira fuori dai guai. Perché l’importante, per molti, è arrivare.

Il principe della Dakar. Poi ci sono quelli che la Dakar la fanno per professione, come il campione in carica Nasser Al-Attiyah. Che tutti chiamano “il principe” essendo un nobile del Qatar, ma che è alla mano come pochi altri piloti al mondo. E questo nonostante il suo palmarès possa fare invidia ai più grandi: 18 Dakar all’attivo con quattro vittorie, 12 stagioni nel Wrc, una vittoria in Extreme E e, infine, un bronzo olimpico nel tiro al piattello a Londra 2012. Il suo obiettivo, ci ha spiegato, è quello di correre e fare olimpiadi fino a quando potrà: ha scelto il tiro al piattello e i rally proprio perché sono due sport che “non hanno una scadenza, il tuo fisico consente di praticarli fino a quando tu lo vuoi”. L’importante, per lui, è divertirsi e alla Dakar di quest’anno lo sta facendo alla grande: è primo con più di un’ora di vantaggio sui secondi, il duo sudafricano Lategan-Commings sempre su un Hilux DKR. Per dare un’idea, Al-Attiyah è arrivato a metà della gara (dopo otto giorni tutti in off-road) in 31 ore, 2 minuti e 58 secondi: il migliore tra le moto, Skyler Howes su Husqvarna ha impiegato 30 ore e 34 minuti contro le 38 ore del quad di Alexandre Giroud e le 36 ore del camion Praga di Ales Loprais.

Nel nulla. Seguire questi campioni dal vivo, però, è estremamente complesso. Perché le prove speciali sono (letteralmente) in mezzo al nulla e per veder passare la velocissima carovana di moto, auto, quad e camion devi fare ore e ore nel deserto tracciandoti il tuo percorso proprio come fanno loro, perché di strade non c’è nemmeno l’ombra. Chilometri e chilometri sulle dune, magari con una delle tantissime Toyota Land Cruiser (come la nostra inarrestabile V6 biturbo 70esimo anniversario) che popolano l’Arabia Saudita, ti portano a scoprire paesaggi incredibili e a vivere un’esperienza unica. Dopo ore di viaggio scorgi un elicottero e capisci che è in quella zona che stanno passando i piloti: devi orientarti così perché non c’è un tragitto preciso e ognuno passa da dove vuole per raggiungere i checkpoint previsti. Poi, d’un tratto, il silenzio del deserto viene squarciato dai pistoni di qualche auto o moto, che dopo poco ti sfreccia accanto. Capisci dove passeranno gli altri concorrenti e ti fermi a osservare le moto saltare sulle dune, i side by side affondare nella sabbia e i mastodontici camion passare a velocità folli a un metro (o anche meno) da te. Meraviglioso.

Di tutte le epoche. Ma la Dakar non è solo questo. Al seguito della gara ci sono anche auto storiche, che prendono parte alla Dakar Classic. Non solo icone dei rally raid come le Porsche 953 di derivazione 911 o le Pajero, ma anche piccole utilitarie, come la Citroën Visa o le Fiat Panda. Già, perché alla Dakar ci sono anche due equipaggi italiani (la 763 portata in gara da padre e figlio, Francesco e Alessandro Guasti, e la 764 con equipaggio composto da moglie e marito, Marco Ernesto Leva e Alexia Giugni) più uno spagnolo che hanno scelto di gareggiare su una prima serie della 4x4 di Torino preparata per questa competizione (negli anni 80 erano diverse le Panda che tentavano di completare gli oltre 10 mila chilometri che separano Parigi da Dakar). Nel cofano motore dei team italiani c’è l'1.2 di una Punto portato a un’ottantina di cavalli, il sistema di trazione è quello di serie firmato Steyr Puch mentre gli ammortizzatori sono specifici per l’off-road. Cerchi da 14" e pneumatici tassellati completano l’allestimento insieme a uno snorkel e ad altri dettagli, come il serbatoio da 70 litri con bocchettone per il rifornimento posizionato sul tetto. Non bisogna però pensare che le Panda e le altre classiche facciano lo stesso percorso dei prototipi di nuova generazione: le prove speciali sono meno estreme, ma comunque molto provanti.

Unica. Ho speso una marea di parole per cercare di raccontare una minima frazione di cosa rappresenti la Dakar. Ma sono giunto alla conclusione che capirla non essendoci mai stati è impossibile. Ho le auto come unico pensiero dal mio primo ricordo d’infanzia (a tre anni, l’urlo dell’Honda RA109E della McLaren MP4/5 di Senna sulla parabolica di Monza) e nonostante questo quando sono arrivato in Arabia Saudita mi si è aperto un mondo nuovo, diverso da tutti gli altri che, con il casco o per lavoro, ho avuto modo di vivere negli anni. Un mondo che come tutte le discipline del motorsport ha la passione a muoverlo, ma che si fonde con il brivido dell’esplorazione di luoghi indimenticabili. E che porta tutti a vivere insieme quest’avventura. Che tu corra con il team ufficiale Toyota Gazoo Racing o con una Panda degli anni Ottanta, che tu sia un principe, un bronzo olimpico o un campione di rally, di Le Mans o di Formula 1, la Dakar è un’esperienza unica.

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